Diano Marina ha festeggiato degnamente Sant’Antonio Abate, nella giornata di ieri, con la Santa Messa officiata dal vescovo Guglielmo Borghetti e poi con la processione lungo le vie cittadine dell’incantevole località della Riviera ligure.
Sant’Antonio è uno tra i più illustri eremiti della Chiesa e nasce a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250. A vent’anni abbandonò ogni bene terreno per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni. Morì, infatti, ultracentenario nel 356. Già in vita, accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l’Oriente. E anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio.
“Sant’Antonio è una guida – afferma Simona Preveato, pranoterapeuta di Pavia -. Una figura carismatica, importante per la storia della Chiesa, e lui può essere sicuramente definito il fondatore del Monachesimo”. Attratto infatti dall’ammaestramento evangelico “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”, e sull’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, in preghiera, povertà e castità, Antonio volle scegliere questa strada e, venduti i suoi beni, affidata la sorella a una comunità di vergini, si dedicò alla vita ascetica davanti alla sua casa e poi al di fuori del paese. Alla ricerca di uno stile di vita penitente e senza distrazione, chiese a Dio di essere illuminato e così vide, poco lontano, un anacoreta come lui, che seduto lavorava intrecciando una corda, poi smetteva si alzava e pregava, poi di nuovo tornava a lavorare e di nuovo a poi ancora a pregare. La tradizione vuole che fosse un angelo di Dio che gli indicava la strada del lavoro e della preghiera, che sarà, due secoli dopo, la regola benedettina “Ora et labora” del Monachesimo Occidentale.
“Sant’Antonio Abate è sempre vicino a chi ha bisogno – continua la studiosa -. È un uomo profondamente devoto che avvicina al credo chi si rivolge con fiducia a lui. Anche io mi rivolsi con devozione e dedizione a Sant’Antonio quando, nel 1986, venni operata al cervello. E ricevetti la sua protezione. Il suo sostegno. Lo vidi vicino a me e da allora lo sento al mio fianco. I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere. Nella Lettera 8, in particolare, S. Antonio scrisse ai suoi “Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato”.
E nel 561, fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore. Qui affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segala, usata per fare il pane. Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come ‘ignis sacer’ per il bruciore che provocava. Per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì quindi un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli ‘Antoniani’. E il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois”. E il Papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, e nessuno li toccava se questi portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster). Per questo, nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.
Alessandra Pirri
Foto della cerimonia di Christian Flammia