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Achille Polonara, il ritorno dopo il coma: “Il basket? Ora è solo divertimento”

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R.D.V.

Dalla diagnosi di tumore alla leucemia mieloide acuta e al coma: Achille Polonara racconta il suo ritorno alla vita e al basket.

Ieri a Torino lo hanno accolto come si fa con chi è tornato da un viaggio che sembrava senza ritorno. Sorrisi, abbracci, applausi sinceri. E anche un canestro segnato durante una pausa di un evento legato alle Final Eight di Coppa Italia. Un gesto semplice, quasi banale per uno come lui. Eppure, dentro quel tiro, c’era molto di più. Achille Polonara oggi sta bene. È questa la notizia che conta davvero, più di ogni statistica o tabellino.

Achille Polonara, il ritorno dopo il coma: “Il basket? Ora è solo divertimento” – rivierapress.it

Sta bene nonostante un tumore al testicolo, una leucemia mieloide acuta, un trapianto di midollo, cure sperimentali a Valencia, una trombosi e un coma di cinque giorni. Detto così sembra l’elenco di una cartella clinica impossibile. In realtà è il percorso di un uomo che ha attraversato tutto questo e oggi riesce a parlarne con lucidità.

In una lunga intervista al Corriere della Sera ha raccontato il suo cammino senza eroismi di facciata. Anzi, rifiutando proprio quell’etichetta. “Per molte persone sembra che io abbia fatto chissà cosa, ma se tu mi chiedi che cosa ho fatto, in realtà sono andato in coma e mi sono risvegliato. Non ci vedo nulla di eroico”. Una frase che pesa, perché smonta la narrazione romantica e riporta tutto alla dimensione umana.

Achille Polonara, dal sospetto all’incubo: la diagnosi e il coma

Tutto comincia con una mail della Procura federale antidoping. Valori di HCG troppo alti. Un termine tecnico che per un attimo sembra quasi burocratico. Poi la ricerca su internet, il collegamento immediato con un caso noto nel calcio, la parola che nessuno vuole leggere: tumore. “Mi è crollato il mondo addosso. La parola ‘tumore’ fa paura. Subito la associ a un’altra parola: ‘morte’”. E ancora: “Ho chiuso con il basket”. Il primo pensiero è professionale, ma sotto c’è molto di più.

Le cure, la chemioterapia, le nausee. La rassicurazione statistica – quel 3 per cento di possibilità di recidiva – che offre un appiglio razionale. Poi la seconda mazzata: leucemia mieloide acuta. “Ho capito solo che era qualcosa di molto più grave di quello che avevo già passato”. Qui il racconto si fa crudo, senza filtri. “Ho pensato: basta, ora mi butto dalla finestra dell’ospedale e la faccio finita”. Parole che non cercano compassione. Cercano verità.

Il coma arriva dopo una crisi improvvisa. Non indotto, non programmato. “Ho perso conoscenza da solo”. Le speranze di vita molto basse. Il ricordo che affiora è quello di una canzone, “Questa domenica” di Olly, ascoltata in ospedale quando era solo. Un dettaglio che sembra piccolo, ma dentro c’è tutto: la fragilità, le macchine che suonano, i valori che si alzano, la vita che resta appesa a un filo.

Il risveglio è descritto con un’immagine quasi sospesa: “È come se fossi stato chiuso in un aereo per cinque giorni e avessi sempre dormito”. Poi la fatica di rimettere insieme i pezzi, “i mattoni della casa”. La memoria che vacilla, la confusione, la realtà che torna a fuoco lentamente.

Oggi Polonara guarda al basket in modo diverso. “In questo momento vedo il basket non come una professione ma un divertimento. E vorrei tornare a divertirmi”. C’è ancora un’operazione da affrontare, la chiusura di un foro nel cuore con un dispositivo chiamato “ombrellino”. “Dopo quello che ho passato è una passeggiata di salute…”. Non è leggerezza. È prospettiva.

La malattia ha cambiato anche altro. Ad esempio, il suo rapporto con la fede: “Prima ero molto credente, adesso non lo sono più”. Non è una provocazione, è una presa d’atto. Le domande restano sospese: perché proprio a me? Non c’è una risposta definitiva, solo la consapevolezza che oggi l’obiettivo realistico è uno: non avere recidive. Vivere. Essere padre per Vittoria e Achille junior. Restare.

R.D.V.

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