L’emergenza, ormai, è diventata normalità per l’agricoltura. Un’alluvione, un periodo di siccità o condizioni climatiche avverse hanno da sempre portato l’agricoltura alla soglia del rischio. Rischio anche per la natura,  per i prodotti chimici che impregnano i terreni, rischio per le sostanze sospette che ci cibiamo, rischio per il degrado dell’ambiente, rischio il nostro futuro, ma sempre siamo riusciti ad alzarci, a rimetterci in piedi e superare ogni ostacolo. Il 2020 è certamente la prova piu’ difficile e dura che il comparto agricolo sta vivendo  nel corso degli ultimi 70 anni. Un virus ha messo in ginocchio la floricoltura ligure, nazionale ed Europea. Da soli, arrivati a questo punto non ce la possiamo fare. Previsioni di un mese, due mese o sei mesi sono mera utopia, i raccolti sono irrimediabilmente compromessi, la stagione persa,  i mercati europei fermi, da piu’ parti si inizia a portare al macero l’invenduto, a distruggere in serra i prodotti. La natura non si ferma e la terra ha bisogno di cure continue anche se non si vende,  con sforzi economici che attaccano il cuore di ogni nostro risparmio e guadagno maturato in questi anni.

L’agricoltura  rimarrà sempre uno tra i settori più complessi. Non ci si può illudere che bastino poche misure legislative, poche agevolazioni creditizie per far ripartire  la produzione da parte di una classe di agricoltori stanchi e invecchiati e ora impauriti e costretti anche a chiudere, lasciando a casa migliaia di addetti  del comparto con la previsione di centinaia di aziende che non riapriranno mai piu’. Bisogna invece pensare oggi al dopo emergenza Coronavirus. lasciando da parte un passato che, tranne poche e lodevoli eccezioni, è ormai tramontato; un’agricoltura completamente nuova, impostata sul parametro dell’esigenza, della tutela dell’ambiente e del territorio, un’agricoltura sostenibile e sana.

Marco Damele