E’ notizia di questi giorni, terminata la tornata elettorale, che a Sanremo si sia tornati a parlare di PUC (Piano Urbanistico Comunale).

Sarebbe intenzione della nascente amministrazione comunale di ricorrere al TAR, per le modifiche che il Piano avrebbe subito in sede Regionale ma che, al contempo, avrebbe suscitato l’attenzione degli ordini professionali per gli aspetti che potrebbero ricadere sull’edificabilità delle aree agricole. Aprire dunque un contenzioso, impugnando la delibera regionale, per poi giocarsi una partita politica, comunque a spese del territorio e richiamando il simulacro del ‘rispetto ambientale’.

Il nuovo riassetto urbanistico, con una crescita di circa 350 mila metri quadri di superficie edificabile, a fronte di quasi tre decenni di deregolamentazione del territorio, un andamento demografico in diminuzione e un mercato immobiliare ormai saturo, continua a promuovere cementificazioni.

Dobbiamo tornare a posare lo sguardo sul territorio innanzitutto per quello che è e non per quello che potrebbe diventare, come fanno coloro che incentrano la crescita economica ancora sul cemento, che è la forma di arricchimento più immediata, più primitiva e che richiede meno investimenti tecnologici.

Poiché il suolo è una risorsa finita e non rinnovabile, l’arresto al consumo di suolo è dunque una priorità inderogabile e l’unica scelta che possa provare a mettere suolo, paesaggio e natura in una posizione dominante rispetto alle richieste trasformative dell’urbanistica e della politica.

Secondo il Centro Euro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici “entro fine secolo in Italia la temperatura potrà aumentare tra 3 e i 6 gradi” con un’estremizzazione del nostro clima accompagnata da precipitazioni violente alternate a periodi di aridità. 

A cominciare dall‘agricoltura, l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici, ma che è anche il settore più impegnato per contrastarli anche nel nostro territorio, con interventi strutturali eco-compatibili di piccole opere di contrasto al rischio idrogeologico, progetti di ingegneria naturalistica, e per dirla come il presidente della Coldiretti Ettore Prandini,Non è pensabile che la legge sul consumo di suolo approvata da un ramo del Parlamento nella scorsa legislatura sia finita su un binario morto in attesa della discussione in Senato. Dobbiamo togliere dalla palude questa norma importante per il futuro dell’Italia e approvarla prima possibile“.

I territori e i Comuni sono oggi il terreno privilegiato dell’economia di mercato. Non a caso, nonostante gli enti locali contribuiscano molto marginalmente all’ammontare del debito pubblico, per tutte le politiche finanziarie sinora adottate, dai tagli ai trasferimenti, si trovano in enorme difficoltà.

Il motivo è semplice: nelle città e nei Comuni risiede la gran parte della ricchezza collettiva, costituita da territorio, patrimonio pubblico, beni comuni e servizi pubblici locali. Una ricchezza che i grandi interessi finanziari e immobiliari non vedono l’ora di “valorizzare”.

Gli stessi territori, quello italiano ed europeo, i cui confini, gli attuali governi si ostinano a difendere come ‘fortezze’ sotto attacco dei flussi immigratori, brandendo propagande di distrazione e distorsione del dibattito politico.

Allora che fare? Certamente seguitare a cercare di comprendere i nodi delle questioni, guardare la luna e non il dito che la indica, andare alla ‘radice’ dei problemi ed agire con lenta impazienza, la lentezza che richiede ragione con l’impazienza dell’indignazione.

“Non abbiamo più tempo per salvare il Pianeta” è il grido che stanno invocando i giovanissimi del movimento ‘Fridays for future‘, i quali hanno ben chiaro che il consumo irresponsabile delle risorse sta causando danni che ricadono su tutti i suoi abitanti.

Quanti venerdì dovranno ancora passare prima che i nostri giovani non cessino di avere speranza?