Sono 1032 le opere arrivate alla segreteria della I° Edizione delConcorso Letterario “Tre colori” 2019, collegato alla 21° Edizione del Festival Internazionale Cinematografico “Inventa un Film” di Lenola. Tra le 452 poesie, i 389 racconti e le 191 sceneggiature si è distinta ed è stata selezionata da diverse commissioni l’imperiese Giulia Quaranta Provenzano, con il suo “Fortunio”. 

 

A seguire il testo della giovane scrittrice ligure, risalente a circa cinque anni fa.

[Il giovane Fortunio, seduto al fondo del purpureo sofà, le muscolose gambe allungate in avanti, i piedi incrociati, fissava la beige parete di fronte senza vederla davvero. Sulle ginocchia un libro dalla consunta copertina in pelle marrone. Sopra un quadratino di carta che presumibilmente era stato piegato in quattro. Improvvisamente si passò le dita tra gli ondulati capelli biondi come il grano maturo e, di scatto, si alzò iniziando a camminare su e giù per l’enorme salone con in mano quanto prima era appoggiato sul prestante corpo].

(Ad alta voce, divorando con gli occhi le parole mentre – con commossa enfasi – recitava a se stesso una poesia) Povertà. Ho conosciuto gente davvero sofferente, quasi morente, / ma vedere una giovane donna in particolare mi ha fatto male / e ho capito che la povertà è una triste, ingiusta, diffusa realtà / che affligge molte persone, indipendentemente dalla carnagione, / versanti in uno stato di prostrante e umiliante necessità che priva di ogni beltà. / Non si ha né acqua né cibo e manca il sorriso a causa del crudele destino / giunto come un accanito aguzzino dal viso per niente contrito, per nulla pentito. / Speranza appassita, faccia avvilita ti trascini scontenta circondata dalla più totale indifferenza. / Sogni svaniti, sei sola senza addosso neanche i vestiti ma soltanto stracci mal cuciti. / Vorresti lontano, in alto volare eppure sei costretta a in basso strisciare e mendicare. /  Un giorno sei giunta in una grande città e palese ti è apparsa la tua nullità. / Nei lussuosi ristoranti madame eleganti accompagnate da signori facoltosi e galanti. / Davanti a un imponente, sfarzoso teatro dal timpano bianco e dorato rimanesti senza fiato / mentre le comode, rosse poltrone erano assegnate a ricche persone non in una misera condizione. / Il sipario dalle greche squadrate si aprì ancora una volta sulla tua infelicità / però tu con dignità decidesti improvvisamente di rinnovare il voto di fiducia nell’umanità. / Con testarda fede ritornasti al tuo paese e continuasti il cammino assegnato / non più con sconforto ostinato bensì con entusiasmo motivato, / atipico in chi niente possiede e procede senza mercede”.      

(Una breve pausa poi, ripiegando il quasi trasparente foglio ormai ingiallito, con tono profondo continuò il suo monologo cercando di districare i pesanti pensieri ) “O nonno caro, nel tuo amato libro ho trovato questa triste lirica percorsa da una sotterranea, ostinata fiducia negli uomini. Essa mi ha affascinato subito con la sua appassionata, dolcemente malinconica verve che pur termina con una nota di rinnovata, sottile speme. Speme, il sale della vita! Chi ha scritto questa ode? Forse tu? Non lo saprò mai perché da tempo mi hai lasciato, te ne sei andato per compiere un viaggio senza ritorno eppur ti amavo, se ti amavo e ti amo …” (Una lacrima gli solca il volto posandosi sulle rosse, carnose labbra. Con il braccio l’asciuga rapido; occhi arrossati).  

“Avo adorato, fonte del mio agio, mi hai dato ricchezza tuttavia tu eri il tesoro più prezioso. Le tue parole sapevano incoraggiare, nascevano da un affetto sincero, immenso e sconfinato come la tua bontà e si posavano sul mio arido cuore che improvvisamente, bagnato da autentici, teneri sentimenti, delicati come rugiada, iniziava a ammorbidirsi. Vorrei fossi ancora qui con me per infondermi quella forza che racchiudevi dentro te, quell’ostinazione mai esagerata bensì ben calibrata che ti ha reso il gran uomo che tutti ricordano con nostalgia e un velato sorriso”. (Qualche secondo di silenzio. Intanto si pone, in piedi, di fronte al ritratto del padre di suo padre).

“Papà un giorno mi disse che prima di conoscere la nonna visitasti molti Paesi. Gli domandai il motivo di tale incessante bisogno di partire, ma lui mi rispose soltanto (scurì la voce a imitare quella del genitore) <<Viaggiare è soprattutto uno stato d’animo, impensabile chiedere ragione della sua esistenza, si viaggia perché si esiste! Tuo nonno, un inguaribile sognatore, un incurabile idealista ben lo sapeva. Chi come lui lo è sempre viaggia attraverso il tempo, nella memoria per mezzo dell’attimo sfuggente, persino in uno spazio chiuso eppure senza confini. Nonno era capace di spostare abilmente l’impercettibile linea tra ideale e concreto, anzi credeva fermamente che il concreto fosse l’attuazione dell’ideale. Voleva migliorare il mondo e per farlo considerava indispensabile conoscere più realtà possibili>>. Sarà, eppure …” (Si ributtò sul dormeuse. Non riusciva ad accettare che, dopo aver esplorato persino i luoghi più lontani e inospitali, entrambi fossero morti per una banale polmonite).

(Parlando al riflesso di sé proiettato su un esile flute, che si portò poco distante dal drittissimo naso) “La permanenza su questa pallina impastata di sudore e affanno è l’universale viaggio verso una meta oscura, non credi Fortunio? (Rise amaramente). Fortunio che nome beffardo, sarei “sacro alla Fortuna” quindi? Peccato, io sono convinto che nessun essere umano, disgraziata creatura, troverà mai requie pertanto quale fortuna si può esperire in questo più o meno breve soggiorno forzato? Ma torniamo a noi. Il viaggiare è paradigma di ogni movimento – sia effettivo, sia simbolico -, esperienza umana per antonomasia; eh già, fin da piccini si acquisisce la locomozione … le gambe tuttavia portano meno lontano che la mente … Ebbene, per quale motivo si è spinti costantemente ad andare oltre? Qui ti voglio ingenuo giovanotto! Si parte, si ritorna (non tutti) poiché incessantemente insoddisfatti: questa la verità! C’è chi abbandona la terra natale per spirito di avventura, chi per venire a contatto di altri popoli, chi per andare alla scoperta della novità, chi per amare ed essere amato, chi per lenire un dolore, chi per rabbia, chi spinto da una forte fede, chi al contrario poiché non ha nulla in cui credere, per essere stati i primi, per dire di esserci stati, chi per fornire una spalla al prossimo, chi per all’opposto farsi aiutare, chi per incontrare persone e farsi nuovi amici, chi per riabbracciare qualcuno, chi invece per abbandonare qualcuno, per non saper aspettare o in quanto si è atteso troppo, chi per indagare la propria anima e chi per fuggire da se stesso. … Aimè che terribile male al capo …” (Inizia a massaggiarsi le tempie con piccoli movimenti rotatori dell’indice, medio e anulare).

(Posando il bicchiere dal gambo sottile e di forma allungata sul rotondo tavolino in alabastro, Fortunio chiude le palpebre) “Se i ricordi non mi ingannano, alcuni anni fa il mio noioso, pedante precettore fece – stranamente – un’interessante lezione. Esordì affermando che all’origine della cultura occidentale vi sono due racconti di viaggi: quello del greco Ulisse e quello dell’ebreo Abramo. Rammento ancora come insistette nell’affermare che per il primo il vero viaggio fu il ritorno a casa, non tanto l’andata mentre il secondo partì per non ritornare. Poi mi chiese, alla luce di ciò, quale simbolo avrei attribuito al marito di Penelope. Subito non seppi cosa controbattere, non di meno dopo un po’ risposi <<Il cerchio! Esso è finito, completo, perfetto, logico cioè tutto quanto non è il percorso di un dardo, che assocerei al patriarca del popolo dell’Esodo. A quest’uomo tuttavia collegherei altresì la croce con le sue braccia che si protendono dove non è dato saperlo>>. Ecco due poli antitetici; uno verso la memoria, all’indietro l’altro verso il futuro, il nuovo che elettrizza e al contempo intimorisce per la sua incertezza. Passato e avvenire, rimembranza e speranza i due fili della medesima trama, la vita con le sue contraddizioni …”.

(Aprì gli umidi occhi per richiuderli un secondo dopo. Quella grave riflessione e mille dubbi sul senso del Tutto lo stavano sfibrando) “Adesso, nonno, l’ho compreso. Se vuoi vivere è necessario viaggiare … nello spazio, nel tempo o pur solo nella propria interiorità … L’esistere non è rimanere statici, il cuore, la mente vanno dove trovano da attingere. Da quando l’Universo esiste. Già, appena apparso sulla Terra l’uomo non ha conosciuto fissità, siamo tutti discendenti di erranti peregrini. Il viaggio rispondeva, risponde, risponderà sempre alla speranza in un qualcosa, qualcuno di migliore! Per i cacciatori, raccoglitori, pastori, agricoltori della Preistoria era la ricerca di un luogo con maggior animali e più abbondanti frutti. Oggi i tanti pellegrini vogliono lasciare i propri mali nel sito del loro pellegrinaggio. Domani sarà il desio di svago ma dietro tutto l’aspettativa di una diversa alba, più calda, più rassicurante o perfino più esaltante”.

(Ormai la notte era calata, dalla finestra – dietro spesse vetrate – lo scintillio di una stella luminosa. Fortunio si ridestò e, avvicinandosi a quello sbocco sul mondo, mandò un bacio all’Infinito. Da qualche parte, in fondo, desiderava suo nonno e suo padre lo vedessero) “Ora di dormire è giunta, sul duro materasso mi adagerò e comunque, ancora, per un poco alla frase di Aristotele <<L’esistenza è nel movimento>> penserò. Ovvio la vita è una realtà in mutazione, flusso che erode, cambia direzione, si acquieta e riprende il corso. Immobile il corpo esanime, senza-movimento il non vivo. Bene, tenterò di essere un viandante”. (Uscì dal soggiorno e si diresse in camera da letto).

 

Intervistata, la Quaranta Provenzano spiega <<Terminata l’Università, iniziai ad iscrivermi a diversi Premi con la speranza di essere notata come saggista, poetessa e novellista così da potermi occupare di Cultura ed Arte per professione… Ad oggi però, nonostante i numerosi riconoscimenti ricevuti, lavoro ancora come consulente assicurativa – anche in qualità di ispettrice finanziaria, per la più grande compagnia italiana Il mio desiderio tuttavia è rimasto immutato, benché le necessità e le contingenze materiali mi costringano a permanere in un campo diametralmente differente. Per ora comunque non ho potuto fare diversamente, in quanto mi serve guadagnare per auto-finanziarmi in mostre ed iscrizioni a concorsi letterari e fotografici. Mi auguro quindi che molto presto qualcuno mi dia la possibilità di dimostrare fattivamente il mio valore, assumendomi o ingaggiandomi per lo meno… Anche perché a quasi trent’anni, a luglio, non mi sento più di perseverare nel “pestare l’acqua nel mortaio”: o la va o la spacca, che il 2019 sia decisivo!>>. 

E dopo Giulia aggiunge <<La luce più calda è quella dell’esaltante rispetto di se stessi, del proprio cuore a bussola. L’unica vera forza umana è di riuscire a portare avanti il sé imo, abbracciando la vita ed una sana, dignitosa economia quotidiana dell’amore autentico. Un abbraccio quello con i propri desii che ci si porta dentro, per affrontare l’eterno presente col coraggio di chi per passione non si arrende di fronte ad un arbitrario, estraneo dovere>>.

Infine l’imperiese Studiosa indipendente spiega <<Tutto ciò era rimasto in me a livello di consapevolezza latente, non però esperita sino a che a marzo di quest’anno ho intrapreso un percorso attoriale con l’eccezionale Giuseppe Morrone, il ‘mio’ uomo dell’arcobaleno. Giuseppe si è rivelato da subito, ma in verità da una semplice foto avevo percepito il suo incredibile quanto – pur paradossalmente – timido magnetismo, una persona sorprendente, d’una fine acutezza davvero strabiliante. Lui, con la sua silenziosa e più vigile attenzione ed osservazione radiografica, mi ha stimolato ad uno scavo impietoso nei labirinti della mia mente e soprattutto ad inoltrarmi al di là delle transenne al petto ed ad immergermi nell’indefinibile variabile – fino a che non ho potuto fare altro che accettare e comprendere in pieno l’evidenza per cui se, avessi voluto diventare una donna di successo, avrei dovuto prima “destrutturarmi” ed empatizzare con la Giulia bambina rinnegata da tempo (a favore d’un ricercato mito di cera).La mia contraddizione risiedeva appunto lì, nella ferita aperta e mai cicatrizzata d’essere stata testimone ed oggetto d’ingiustizia, per non essere scesa a compromessi; di negare usando la ragione ogni tipo si povertà, ostinata nell’oppormi ai mulini al vento, inibendomi così la possibilità di lasciar fluire gli attimi e non invece volerli trascinare a paggi di sogni prepotenti ed inaccessibili per un iceberg… Sì, Giuseppe non aveva sbagliato nel definirmi tale poiché adolescente mi chiusi in me stessa perdifesa, sebbene ciò non sia reagire ma involvere in zone a traffico limitato>>. E prima di salutare, Giulia ammette <<Adesso però non dimenticherò più come l’unico patrimonio che abbiamo siano le persone è una promessa! Non voglio più spaccature ad alimentare la distanza da quella piccolina sempre sorridente dell’infanzia. È una questione di dignità e d’amore, è quanto devo a me stessa e a Giuseppe che non si è risparmiato di fronte al suo scoglio>>.