Davanti alle esternazioni delle scorse settimane in materia di accoglienza, finalizzate a scopi politici ed elettorali, la Scuola di Pace di Ventimiglia si sente in dovere di intervenire con fermezza, in forza della propria dimensione di apertura e solidarietà, nonché della coerenza con la storia umana odierna e passata, delle responsabilità sociali, culturali e, ovviamente, anche politiche a cui tutti siamo chiamati.
In risposta a quanto affermato, sia in chiave locale sia a livello nazionale, occorre rilevare che il mondo occidentale intero, l’Europa e la stessa Italia, ancora prima che su radici cristiane, si basano storicamente sulle preesistenti radici greche, romane e celtico-germaniche (per non dire ebree e fenicie), su cui, solo diverse centinaia di anni dopo, si sono inserite (ovviamente con peso diverso) le influenze della religione cristiana, così come quelle delle culture araba e slava, delle riforme protestanti, degli insegnamenti orientali. Sostenere che l’Europa e il mondo Occidentale, inclusa l’Italia, hanno una matrice originaria esclusivamente cristiana è storicamente errato ed infondato.
Doveroso è peraltro, da parte di tutti, tutelare la propria identità, le proprie idee, le proprie tradizioni e, per i credenti, la propria fede. Se questa identità, però, in un Paese di 60 milioni di abitanti, si sente minacciata da un flusso migratorio pari allo 0,5 percento della popolazione, occorre probabilmente riesaminare la solidità della stessa identità e dei valori su cui si fonda, senza cercare facili capri espiatori.
Le radici cristiane, così come quelle di tutte le altre religioni e culture, sono giudicabili e giudicate in base ai frutti che la relativa pianta sa dare. Tutte le piante, cristiane e non, possono produrre frutti buoni o frutti avariati. In ogni caso, nessuno può essere intitolato ad usare Dio o simboli religiosi per offendere la dignità della persona o per propugnare la supremazia di una razza su un’altra, di una fede su un’altra, di una cultura su un’altra. Quello a cui si assiste è uno scenario contraddittorio, dove la fede cristiana viene usata come una bandiera, uno slogan utile solo per fini elettorali e discriminatori, dimenticando che il secondo cardine su cui si fonda l’insegnamento di Gesù è “ama il prossimo tuo come te stesso” e che le opere di misericordia corporale non ammettono né “se” né “ma”.
Questo atteggiamento è l’anticamera di un passato storico che, ancora non ben compreso e tanto meno superato (e forse neanche studiato o conosciuto), rischia di tornare presente, con l’inevitabile riproporsi di situazioni di intolleranza, persecuzione e conflitti che nel corso dei secoli, in particolare in quello scorso, hanno sparso sangue in nome di una di fatto inesistente supremazia nazionalistica, ideologica o religiosa.
Ogni persona e ogni civiltà, che siano libere, sono coscienti del proprio limite e animate dalla consapevolezza di dover dare e ricevere, per non cadere nel sempre incombente atteggiamento della supremazia, che genera chiusura, distacco, ricerca del potere e, in ultima analisi, porta ai nazionalismi e alle guerre.
L’atteggiamento di apertura, per contro, è tipico di chi ama la vita libera, consapevole e dignitosa, la vita in ogni sua forma su questo pianeta e, in particolare, la vita dell’uomo, delle vittime delle guerre causate spesso dalle stesse armi prodotte e vendute in Occidente. Chi ama la vita e la libertà soffre per il numero sempre crescente di chi muore in mare, nella crescente indifferenza di chi crede di risolvere il problema chiudendo i porti e negando quello stesso diritto a una vita dignitosa. Rimaniamo interdetti davanti alle affermazioni secondo le quali sarebbe lo stesso flusso migratorio ad impoverire l’Africa, quando è ben noto che è lo sfruttamento operato dai Paesi Occidentali su tutto il Continente Nero ad essere la prima causa della povertà, della fame, delle guerre e, quindi, anche dei fenomeni migratori.
Davanti a questo clima oscurantista, in cui vietare è più importante dell’accoglienza alle diversità di opinioni e dove si finisce per ridiscutere i diritti umani anziché aprirsi alle diverse sfaccettature di cui la nostra società è composta, in ultima analisi occorre invece ribadire l’importanza e l’intangibilità della laicità dello Stato che, attraverso la partecipazione e le proprie istituzioni, deve garantire i diritti derivanti dalla Liberazione e sanciti dalla Costituzione della Repubblica, essa sì, veramente, radice unica ed intangibile della Repubblica Italiana nata dopo una sanguinosa guerra scatenata proprio da conflitti e ideologie basati su quanto la storia sembra riproporre in questi giorni.