Erano circa le 9 del mattina, quando la giovane Nada Cella è stata raggiunta nell’ufficio dove lavorava a Chiavari dal suo assassino. L’ha colpita probabilmente con calci e pungi, poi con un oggetto spigoloso e infine le ha fratturato il cranio contro una superficie piana, forse sbattendole violentemente la testa contro il muro. La nota criminologa Roberta Bruzzone, con l’aiuto di Margherita di Biagio, Emiliano Boschetti, Laura Genovesi e Roberta Gentileschi, ha analizzato gli atti giudiziari e ha ripercorso dettagliatamente gli elementi salienti del delitto nel suo ultimo libro “A pista fredda. L’omicidio di Nada Cella”.
“Appare molto chiaro – spiega Roberta Bruzzone nel libro – che nessuno quella mattina ritiene che sia avvenuta un’aggressione. E proprio quel ritardo nel comprendere quello che realmente era accaduto a Nada ha rappresentato, con ogni probabilità, il principale alleato del suo assassino”.
A trovare la giovane ancora rantolante in una pozza di sangue è stato il suo datore di lavoro. Si pensa subito a un malore. Viene portata in ospedale, ma le ferite sono talmente gravi che per Nada non c’è scampo: muore poche ore dopo. Sono i medici a parlare per primi di morte violenta.

Chi ha ucciso la 24enne? E, soprattutto, perché? “Fortemente compromessa, posta in sicurezza e cristallizzata (come si dice in gergo investigativo) solamente molte ore dopo: queste sono le condizioni della scena del crimine che si trova davanti la polizia scientifica al suo arrivo – racconta l’autrice –. La strada è tutta in salita, c’è poco da discutere sul punto. Questa vicenda è cominciata male e non è stato possibile aggiustare il tiro strada facendo”.
Per questo è ancora più importante creare un profilo dettagliato della vittima, ricostruirne carattere, relazioni e soprattutto spostamenti. E proprio analizzando questi ultimi che emergono dati interessanti: il sabato precedente al delitto, al mattino, Nada Cella si è recata in ufficio: in cinque anni che lavorava nello studio del commercialista non era mai successo che andasse al lavoro di sabato.

“Salta agli occhi in maniera piuttosto rapida – sottolinea Roberta Bruzzone – che quegli spostamenti sono decisamente anomali sotto diversi punti di vista. L’unica variazione dalle sue abitudini, che possiamo considerare significativa nei giorni immediatamente precedenti il delitto, è rappresentato proprio da ciò che avviene la mattina di sabato 4 maggio”.
Cosa va a fare Nada in ufficio? Le testimonianze sul punto sono in parte contraddittorie lasciando aperte varie ipotesi investigative. E anche sulla mattina del delitto le testimonianze raccolte dagli inquirenti sono imprecise, si contraddicono, vengono modificate successivamente, lasciando aperti tanti interrogativi e allargando il novero delle persone sospettate.

Un punto fermo, però, emerge chiaramente, spiega Roberta Bruzzone: “Possiamo affermare, con estrema verosimiglianza, che Nada conoscesse il suo assassino. E da qui, a nostro avviso, occorre partire per tentare di riaprire il caso”.
La porta era integra: o la ragazza ha aperto al suo assassino oppure lui (o lei) aveva la chiave. È stata colta impreparata dall’aggressore, non si è difesa se non in un secondo momento, cercando di parare i colpi.
La violenza dei colpi inferti deve aver macchiato di sangue gli abiti dell’assassino per cui, secondo l’analisi della criminologa, il responsabile sarebbe da cercare tra gli inquilini del palazzo di via Marsala 14 a Chiavari, dove si trovava, all’interno 5, l’ufficio dove Nada ha trovato la morte.
Roberta Bruzzone ripercorre testimonianze e spostamenti di ognuno individuando i possibili colpevoli di questo delitto che “da 22 anni aspetta Verità e Giustizia”.