Martedì 8 agosto, alle ore 21, presso il Chiosco della Musica, sul Lungomare Argentina, si terrà la presentazione, a cura del Mondadori Bookstore di Bordighera, del libro “Racconti di Bordighera: Storie – Ricordi – Vite” a cura di Pier Rossi, Alzani Editore.
L’evento, patrocinato dal Comune di Bordighera, verrà presentato da Emanuela Tralci e Franco Zoccoli.
Interverranno, oltre all’autore, l’assessore al Commercio Fulvio De Benedetti, il Giornalista Renato Ronco, Pina Morlino, Presidente dell’Accademia dei Fiori G. Balbo ed il musicista Davide Golzi.
Impianto audio a cura dell’Associazione Fuoriasse.
Ingresso libero.
Dalla prefazione di Renato Ronco: “Molto spesso, nel corso dei miei viaggi in ogni parte d’Italia e del mondo, mi è capitato di incontrare persone che, una volta apprese le mie origini di Bordighera, mi chiedevano, incuriosite, informazioni su questa città davvero molto nota. Grazie ai suoi eventi: Festival del Cinema Umoristico, Salone dell’Umorismo, Scuola internazionale di canto lirico, perfino citata in una famosa canzone degli anni ’30.
E tanta era la sorpresa scoprendo che si trattava di una cittadina di limitata estensione con poco più di dieci-dodicimila abitanti.
Si, sembra impossibile. Eppure in questa piccola città all’estremo della Riviera ligure sono fiorite tante e tali iniziative, esperienze, attività culturali e sportive, sviluppi turistici, che fanno apparire agli occhi estranei Bordighera come un centro ben più importante della sua reale consistenza.
Una popolarità conquistata dalle sue caratteristiche climatiche, paesaggistiche ed umane, che vanno al di là delle sue origini storiche: un piccolo borgo di pescatori che subì anche le invasioni moresche, di cui restano le vestigia e la leggenda di Magiargè.
Da qui passò anche l’armata di Napoleone verso la Russia ed un bordigotto si arruolò nei Dragoni napoleonici.
Ma è dal 1855 che prende corpo la celebrità di Bordighera.
Con il romanzo “Il dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, scritto in inglese, sulla storia d’amore della britannica Lucy, Bordighera inizia la sua era moderna. Prima il conseguente turismo inglese e gli investimenti tedeschi negli alberghi, poi l’arrivo delle congregazioni religiose francesi che qui impiantano i loro collegi di istruzione superiore ed infine lo sviluppo del turismo nazionale preludono ad un ventesimo secolo che ne esalta il cosmopolitismo.
Scorrendo le pagine di questa pubblicazione si potranno scoprire vicende affascinanti, personaggi interessanti, episodi curiosi. Una raccolta di scritti per i lettori di oggi e di domani: si, anche di domani. Perché l’iniziativa di Pier Rossi raccoglie una enorme documentazione sulla vita di Bordighera. Alcuni scritti frutto dei migliori articoli pubblicati sul suo sito bordighera.net (quanta nostalgia!) nell’arco di otto anni, e molti nuovi interventi. Tutto questo permetterà anche ai futuri bordigotti di sapere e capire com’era la vita della città negli anni del ventesimo secolo ed all’inizio del ventunesimo.
Senza nulla anticipare di quel che il lettore andrà a scoprire pagina per pagina, mi piace sottolineare alcuni esempi dell’unicità di Bordighera: per il suo cosmopolitismo, la sua natura, i suoi abitanti, la sua cultura.
Talmente cosmopolita che negli anni ’30 la via del Colli iniziava con la villa del Principe russo Dima e terminava con quella della Granduchessa d’Inghilterra, cugina della regina inglese. Non a caso gli inglesi fondarono qui il primo tennis club d’Italia nel 1878. E qui la Regina Margherita stabilì la propria residenza preferita agli inizi del novecento.
Talmente unica per clima e natura che è l’ultima città dell’Italia continentale sulla quale tramonta il sole. Infatti Vallecrosia e Ventimiglia, pur essendo più occidentali, restano nel cono d’ombra serale delle montagne francesi oltre confine. E poi il mare: sicuramente Bordighera ha la spiaggia più estesa della Provincia. Mentre la via Romana eccelle per la sua signorilità.
Talmente dolce nel suo clima d’aver stregato il botanico Ludovico Winter che, dopo i Giardini Hanbury di Ventimiglia, si insediò a Bordighera e ne fece la culla delle palme e delle cactee.
Talmente presente nella realtà culturale internazionale da aver attratto ed affascinato pittori come Claude Monet, Ennio Morlotti e Pompeo Mariani. O architetti come Charles Garnier e Gio Ponti, che progettò la villa Donegani a Madonna della Ruota accanto alla Casa del Mattone dove si svolgeva il romanzo di Lucy e del Dottor Antonio. Negli anni ’50 Peggy Guggenheim presentò qui la prima mostra europea dei pittori americani d’avanguardia e successivamente la personalità di Peynet contribuì a decretare la città “Capitale dell’umorismo”.
Talmente viva sotto il profilo sportivo da essersi imposta a livello nazionale nel basket, nell’automobilismo, nel tennis, nel ciclismo, nel tennis tavolo.
Talmente aperta sotto il profilo sociale da aver accolto senza pregiudizi, nell’ultimo dopoguerra, l’immigrazione dal meridione d’Italia, e non solo. Un’immigrazione totalmente integrata nella vita cittadina a tutti i livelli, umani e sociali. Una volta c’era distinzione fra “burdigotti” (gli autoctoni), i “furesti” (i turisti) e gli “abitaissi” (gli importati). Ormai siamo tutti bordigotti.
Una città moderna che mantiene però le sue tradizioni: la devozione per Sant’Ampelio, l’eremita che qui portò le palme. E poi i suoi rioni e gruppi storici: i Paisenghi, i Marinenghi, i Sciascenghi, i Burghetin e Cheli da Fundura (ovvero: quelli del Paese vecchio, quelli della Città bassa, quelli di Sasso, quelli di Borghetto e quelli di Arziglia). Un unico dialetto ma con inflessioni diverse.
Molto di tutto questo è descritto nella pubblicazione in modo inusuale: con le testimonianze ed il racconto diretto dei protagonisti, degli osservatori e degli storici della città.
Quando Pier Rossi, al termine della sua certosina ricerca, sostenuta da una collaborazione proficua di molti cittadini, mi ha chiesto di scrivere la prefazione di questa pubblicazione mi sono sentito davvero onorato. Perché mi permette di presentare la mia città ai lettori di oggi e, sottolineo, di domani. Una cittadina alla quale sono legato non solo per le origini e la tradizione famigliare tutta bordigotta, ma anche perché mi ha dato gli spunti, la cultura, il coraggio e la formazione per affermarmi professionalmente, pur con qualche sacrificio.
Si, ho girato mezzo mondo, ma la mia vita e la mia famiglia sono rimaste qui, a Bordighera: “U ciu belu paise du mundu”.